Una MiAMi e mezza

miami

Non appena reso noto il percorso della seconda edizione della MiAMi, iniziò a farsi strada nella mia mente, l’idea di farla al quadrato e di passare per la prima volta nella mia vita ciclistica i 200km filati.

Il percorso 2015 prevedeva la partenza da Mirano, giro di boa ad Arquà Petrarca-Colli Euganei e ritorno in terra miranese, toccando le sponde del Bacchiglione. Poco più di 140km che con l’andare e tornare dal luogo di partenza, sarebbero diventati circa 250, una settantina in più rispetto al mio attuale long run.

Man mano che mi avvicinavo alla data, l’idea si rafforzava nella mente, mentre le gambe, anche a causa dei primi raffreddori, non erano dello stesso parere. I week end precedenti, riuscii a pedalare per un totale di poco più di 150km in varie volte, tra forature e malesseri. Di certo non una degna preparazione e qualche dubbio sull’opportunità di mettermi alla prova, iniziava ad insinuarsi. Un pò come a biliardo, quando il campione dichiara la buca, mi costruisco degli obblighi, mi metto pressione, dichiarando ad amici e conoscenti le mie intenzioni. Vabbè, ormai ci provo, ci devo provare, il percorso mi è amico e mi permette vie di fuga nel caso non fossi in giornata.

L’orario di partenza alla francese della MiAMi è previsto dalle sette del mattino, quindi togliendo i 50km che mi separano dal via, punto la sveglia per le quattro. La sera prima preparo la bici con la frame bag casalinga agganciata ai tubi blu della Vaya, metto luci e telefono in carica e preparo del riso come colazione.

Domenica, ore 4, mi alzo, cercando di non svegliare le donne, finisco di preparare la bici. Soliti dubbi sui capi da indossare. Riso nel microonde, prima forchettata non va giù, seconda peggio della prima. Non ho fame, ma non posso permettermi di partire a digiuno visto che a quest’ora non troverei bar aperti, tanto meno lungo gli argini! Provo con del miele, nulla. Mi sforzo di ingoiare mezza barretta e parto.

1/4

4:50 sono per strada in leggero ritardo sulle previsioni e decido di imboccare l’argine del Canale Battaglia che mi porterà senza problemi alle porte di Padova.

di notteNon ho ancora capito se pedalare al buio con la sola luce del faro mi piace o meno.

Il termometro di casa segnava 10 gradi, ma in aperta campagna son sicuramente meno e i miei piedi se ne accorgono presto, visto che i copriscarpe sono rimasti sul divano, speranzoso nell’annunciato sole.

Decido di passare per il centro di Padova, giusto per creare un diversivo in previsione del passaggio in direzione opposta tra poche ore e mi allaccio al Piovego in direzione Vigonovo.

Viaggio con il buio, senza navigatore, così mi ritrovo contromano in direzione del Bassanello! Impreco, giro la bici e mi rimetto in direzione dell’alba. Decido di aumentare l’andatura, un po’ per testar le gambe, un po’ per recuperare il tempo perduto lungo l’anello fluviale di Padova e con le mani nella parte bassa della piega della mia Vaya, viaggio a buona andatura in una mattinata ancora silenziosa. La mia nuova compagna d
i viaggio non sarà la bici più performante che esista, ma ci sto comodo in sella, e lei assorbe tutte le piccole asperità del fondo ghiaioso, facendomi apprezzare il gesto della pedalata, lasciandomi il tempo di navigare nei miei pensieri.

7:00 Individuo il cartello che mi dà il benvenuto a Mirano e incrocio i primi partenti.

Riconosco Caterina, ci salutiamo, lei già in direzione Colli, io ancora in direzione del via.

Arrivo dagli Scavezzon, prendo il tagliando e ho già in mano un caffè e un pezzo di torta. Saluto Enrico, Pierluigi, Giuliano e i Fratelli, qui ci si sente sempre a casa, è pieno di brava gente.

Realizzo che il vero problema della giornata non sono i km da fare, ma l’associare un volto ai numerosi contatti informatici accumulati nel corso dell’anno. Ad ogni faccia, nella mia mente, scatta una partita a memory, tra profilo online e immagine reale. Ho perso di brutto visto che non ne azzecco uno, in compenso qualcuno mi ha riconosciuto “come quello della MMM”, quale onore.

Scambio due parole con Niccolò e Jacopo, due dei ragazzi italiani che hanno completato la Transcontinental Race, forse ci rivedremo  a marzo…

Decido di non ripartire subito per riscaldare un po’ i piedi intirizziti dal freddo nella speranza di incontrare Stefano con il quale mi ero dato appuntamento dopo aver percorso insieme parte della mia prima randonnee. Di Stefano manco l’ombra, arriverà più tardi, ma ora è il momento di ripartire e colgo l’occasione di accodarmi al gruppetto di Fabio, vecchio amico conosciuto ai tempi del Master.

Si riparte.

2/4

Conoscendomi so che sarà il pezzo più duro, primo perché ho già 50km nelle gambe e sento di non aver ancora rotto il fiato, secondo perché rifarò in senso inverso la strada fatta un paio d’ore fa.

Decido, almeno per i primi km, di stare a ruota e tra una chiacchiera e l’altra sono di nuovo a Padova. Ritrovo il mio Canale Battaglia e le gambe vanno a intermittenza. Arriviamo ad Arquà Petrarca con una buona media e ne approfitto per un toast e una coca.

Ripartiamo in direzione Abbazia di Praglia avendo passato la soglia dei 100km.

Oggi i Colli stanno offrendo il loro lato migliore, sfoggiando colori d’autunno intenso, altro che il foliage nel Vermont! Mi sorprendono.

Praglia, secondo check point.

Mentre saluto le “mie” donne che son venute a vedermi, mangio una banana, mi spoglio di giubbino e gambali e riparto per l’ultimo pezzo di MiAMi.

3/4

Man mano che i chilometri percorsi aumentano, gambe e testa si trasformano. E’ una sensazione strana che avevo percepito durante la mia prima e ultima 6 ore in mountain bike (mai più!), che avevo annusato nel mio primo lungo di corsa a piedi, e che ho gustato profondamente quest’anno nel finale della Randomarca. E’ strano per me, gli sport giovanili eran tutto scatti, reattività, non me la cavavo male; l’endurance non lo concepivo proprio, ma ora mi piace.

Da Praglia in poi i Colli ci guardano le spalle e fidandoci del Bacchiglione che ci guida tra i sui meandri, pedaliamo verso Padova.

Eccoci sugli argini con il gruppo che inizia a mostrare i primi segni di cedimento e un nuovo compagno di viaggio sale a bordo: il signor Vento. Teso, di traverso, contrario ma mai a favore negli ultimi 40km. Non ci sono alibi, stare a ruota non serve granché perché il vento di traverso si infila tra la schiena di quello che ti precede e ti stende ugualmente. Bisognerebbe esser Cancellara alle Fiandre e filare sopra i 40 orari per sentire l’effetto scia, sempre che si riesca a star dietro al trenino di Berna.

Le mie gambe spingono e con loro la mia mente, mi piace sfidare il nuovo compagno. Testa bassa, faccia inclinata con la bocca aperta sotto vento che sembra quasi non entri ossigeno. Concentrato sul movimento delle gambe, tengo il ritmo tenendo le ginocchia in asse spingendo in fondo muovendo le caviglie, arrotondando la pedalata. Ormai passata la soglia dei 150km, gli ultimi tratti sterrati prima di Mirano mi esaltano, avendo la conferma di quanto pregustato nelle precedenti lunghe distanze. Lo so che lo spirito di questi eventi è ben lungi dall’esser competitivo, ma in certi momenti non ci si può tirar indietro e allora eccomi alla caccia di un altro “MiAMier”. Lo raggiungo soddisfatto della progressione fagifttta ai meno 10km dall’arrivo!

Mirano, e due.

Rieccoci al quartier generale Scavezzon.

Trovo il matto Alessio che se l’è fatta in single speed, mangio un boccone con lui e gli Andrei, poi mi arrendo e aspetto Anna che è partita per venirmi a recuperare.

Entro per congedarmi e Andrea mi saluta facendomi un’inaspettata quanto gradita sorpresa! Ora gongolo come un bimbo con il regalo di Natale…

3/4…

Perché l’ho fatto? Perché ho degli obiettivi che voglio raggiungere e mi devo provare, devo esplorarmi. Purtroppo non posso permettermi ore e ore di allenamento, quindi devo allenare più la testa che le gambe. Continuo a viaggiare senza conta chilometri, cardio o altro, devo studiarmi.

I chilometri percorsi, per il mondo delle lunghe distanze non sono altro che un primo gradino di una lunga scala, ma per salire bisogna pur metterci il piede. E’ stata senza dubbio la prova più faticosa che abbia mai fatto. La bici carica, sicuramente sopra i 15kg, i 194km totali con più dell’80% di sterrato, il vento nel finale e le quasi otto ore e mezza in sella si sono fatti sentire.

Ho messo  fieno in cascina, spostato l’asticella un po’ più in su, ho avuto conferma che la distanza non mi fa paura, che mi adatto, resiliente alla fatica.

Alla prossima!