grisorando

Oggi porto nel mio blog Grisorando, ovvero Alessandro Grisotto.


Three Peaks Bike Race cap-4: basta questo per dirvi di che pasta sia fatto Alessandro.
E’ appena tornato da questa avventura estrema di ultracycling che prevedeva la partenza da Vienna e l’arrivo a Nizza passando per tre chek point di prestigio: GROSSGLOCKNER in Austria, COL DU SANETSCH in Svizzera e il Mount Ventoux in Francia, prima di tuffarsi verso il mare di Nizza. Un’avventura che secondo un itinerario automobilistico prevede circa 2000 chilometri per una montagna di dislivello.

Ciao Grisorando, benvenuto nel mio blog.

Parto subito con il pezzo forte: com’è stato l’arrivo a Nizza?
L’arrivo a Nizza al mattino è stato molto emozionante più che altro perché venivo da una notte dove avevo sofferto di allucinazioni in quanto avevo dormito solo due ore per terra davanti ad un a chiesa in un piccolo paesino di montagna.

Sfogliando il tuo profilo instagram, ho scoperto un tuo passato fixed e ciclocrossitico, quindi torniamo indietro di un bel pò e parlaci del tuo mondo ciclistico, di come sei arrivato alla bici e come intendi ora, l’andare in bicicletta.

Ho iniziato ad andare in bicicletta all’età di 10 anni , era il 23 marzo del 1977 quando mio padre mi regalò la mia prima bicicletta una Olmo blu metallizzato: da quel giorno non ho più smesso di pedalare. Mi sono appassionato alla bici grazie a mio zio che correva all’epoca ed è stato amore a prima vista .
All’età di 15 anni anni ho cominciato a gareggiare e da li ho continuato fino ai 26 anni praticando più che altro il cross d’inverno e qualche gara su strada in primavera ed estate, dopodiché ho frequentato il mondo delle granfondo su strada ma mi sono stancato presto (troppa competizione). Per puro divertimento sono passato alle scatto fisso per un paio d’anni ma senza alcun risultato di rilievo. L’unica volta che stavo andando bene sono caduto pesantemente facendomi molto male: ho preso paura e ho pensato di smettere .
Poi naturalmente, visto il mio passato nel cross, mi sono avvicinato al Gravel e credo di essere stato tra i primi. Ricordo i giri alla ricerca delle strade più bianche possibile e i primi ritrovi alla domenica in giro per l’italia (com’è cambiato tanto il mondo del gravel). Con il passare del tempo ho iniziato a fare percorsi sempre più lunghi fuori strada partecipando ad eventi gravel e trail sui 600 km. Pedalare per ore e ore mi risultava facile, quindi ho pensato di allungare sempre di più avvicinandomi alle randonnee.

Nel 2019 ho partecipato alla Parigi Brest Parigi e credo proprio che ci tornerò: ci ho lasciato il cuore su quelle strade!

Non ancora sazio, ho pensato: perché non fare una sorta di programma per allungare il chilometraggio degli eventi ? Ed ecco la three peaks di quest’anno e la TCR del prossimo anno (spero di essere sorteggiato).

TCR è l'acronimo della più famosa GARA di ultracycling del
mondo. Trans Continental Race. Nata dalla mente di Mike Hall,
la gara attraversa il continente europeo con percorsi che sono
variati durante il corso degli anni, ma che in generale
prevedono distanze attorno ai 4000km e un dislivello che si
aggira sui 35000m.

https://www.transcontinental.cc/


Attualmente la bicicletta per me è viaggio, è avventura e devo dire che sinceramente la competizione non fa più parte di me: è come se si fosse trasformata evoluta.
Pedalare molte ore da solo mi da un benessere incredibile, mi sento in una sorta di meditazione continua e non ne posso fare a meno.

Nel pedalare solo trovo la mia dimensione.

Da quest’anno fai parte dei Folletti Verdi, forse l’unica o sicuramente una delle pochissime squadre ciclistiche che si dedicano completamente alla sfera ultracycling. Com’è far parte di una squadra dove non si viene considerati dei “malati di mente” se ci si iscrive ad una ultracycling?
Come ho detto in precedenza non ho più l’anima race ma far parte di questo team trovo sia la giusta conseguenza di tutto quello che ho fatto in passato. Con Roberto De Osti ci siamo scritti spesso negli anni passati ed ora credo fosse il momento di portare un pò di esperienza ai giovani ragazzi forti e promettenti del team. Personalmente non partecipo a ultracycling vere e proprie come il resto del team(gare con cancelli orari e tempi molto stretti), dedicandomi a “ultra” più blande anche se di chilometraggio molto più lungo. Correre con i folletti mi identifica in una disciplina e non mi considero un invasato, anzi mi fa sentire legato ad un gruppo molto affiatato che condivide la passione per la lunga distanza.

Raccontaci com’è maturata l’idea della TPBR e come ti sei preparato, viste le difficoltà del lockdown.
Dopo la Paris-Brest-Paris ho pensato ad un percorso personale che mi avrebbe portato ad allungare sempre di più il chilometraggio e il primo obiettivo nella personale lista era la TPBR nel 2020 e la TCR o la North Cape 4000 nel 2021 e poi…
Durante il lockdown mi sono fatto un regalo acquistando un rullo interattivo. Mi sono divertito allenandomi su Zwift facendo sessioni da più di 100 km. Appena le maglie restrittive si sono allentate ho iniziato a fare qualche giro lungo sui 300-500 km nei week end e durante la settimana uscite brevi di 30/50 km. Sicuramente ho fatto meno km dello scorso anno e infatti alla TPBR ho pensato di partir con calma proprio per gestire la corsa al meglio e devo dire che è andata benissimo .

Parlaci un pò di questa “follia a pedali” (il mio amico Davide Stanic mi perdonerà se prendo in prestito la sua definizione della TCBR): difficoltà lungo il percorso, momenti di estasi e momenti di sconforto.
Devo dire che sono stato benissimo non ho avuto nessun problema fisico l’unica cosa che mi ha un pò preoccupato sono state le allucinazioni durante le ultime due notti, ma ho imparato a gestirle e a riconoscerle. I momenti più emozionanti e di estasi li ho avuti in cima alle montagne.

Sul Sempione mi ha inebriato il profumo delle erbe balsamiche, sul Col Du Sanetsch il panorama incantevole, sul Grossglokner ho visto i sorci verdi dalla fatica e sul Mount Ventoux ho pianto dall’emozione.

La cima del monte ventoso ha un valore speciale per un appassionato di ciclismo: è la storia del ciclismo .

Andando a ritroso nei tuoi vecchi post si scopre un’importante parte spirituale. Puoi parlarci di questo aspetto e di come si concilia con la tua sfera sportiva?
Questa è una cosa un po intima ma che naturalmente non si può nascondere ( visto i post che ogni tanto condivido ). Sono un devoto di Krishna da parecchi anni e devo dire che far coincidere gli impegni legati alla vita spirituale con la bicicletta alle volte è difficile ma possibile. Molto spesso quando pedalo recito i santi nomi del Signore e devo dire che questa pratica mi da spesso forza e concentrazione.

Vista la tua esperienza, come vedi e cosa ne pensi del movimento gravel? e di quello più agonistico delle ultracycling?
Credo che il movimento Gravel sia il futuro, vista l’esigenza di molti di scappare dalle strade affollate e pericolose, mentre il mondo delle “ultra” vere e proprie credo rimarrà un ambiente di nicchia a differenza delle TPBR o TCR in continuo aumento di partecipanti. L’idea del viaggio e del misurarsi con i propri limiti sta diventando un pò una moda, ovviamente non è per tutti, ma è giusto che tutti abbiamo la possibilità di provarci perché ognuno di noi ha dei sogni da realizzare.

Quest’anno gli unici eventi che sono ripartiti sono proprio quelli legati al mondo delle lunghe distanze. Come pensi sarà il prossimo anno? Ci sarà nuovamente un boom di eventi, oppure molti che hanno scoperto la modalità “viaggio” non torneranno ad affollare le griglie granfondistiche preferendo una bici alternativa?

Credo che le corse di lunga distanza continueranno ad esserci e avranno ancor più partecipanti. Le granfondo avranno sempre la loro fetta di appassionati dall’anima race. Molti si cimenteranno nei viaggi, che personalmente considero la normale evoluzione del ciclista: massima espressione dell’andare in bici .

Mi incuriosisce sempre chiedere a chi ha avuto esperienze di ciclismo estere, se hanno avvertito sostanziali differenze culturali tra il pedalare italiano e il resto del mondo.

Ah guarda certamente pedalare fuori dai confini italiani in primis ti fa sentire sicuro e rispettato ed è una gran cosa. Pedalare al di fuori dell italia è indescrivibile. Posso dire che siamo parte della strada: ci vedono tutti, non siamo invisibili ed è una gran cosa. Inoltre le persone che incontri e a cui chiedi informazioni o un’aiuto sono tutte molto altruiste educate e pronte ad aiutarti

Finisco con le domande di rito:
il più bel posto dove hai pedalto?

Le strade della toscana
un libro che consiglieresti
ciò che conta è la bicicletta di Robert Penn
un evento sportivo che consiglieresti a tutti i ciclisti amatoriali.
l’eorica

Grazie mille Griso!

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