Il grappa di notte

Cambiare ottica

Cambiare strade

Lo zoom è una navicella spaziale che ti avvicina o ti allontana dalla realtà. Certo è comodo e ti permette, standotene fermo impalato come un cavalletto, di avvicinarti al soggetto senza consumare energie. Per certi versi è ottimo e non potrebbero rinunciarvi gli sportivi o i naturalisti.

In egual misura il giro dei Colli Euganei è diventato la comodità, quello che mi viene bene senza sprecare troppe energie. Il giro confortevole che anche con il cervello spento riesco a portare a casa. Da un lato o dall’altro, con qualche variante, di mattina o di sera, poco importa.

Come scrivono e dicono quelli che ne sanno, se si vuol veramente imparare, bisogna togliere e scattare con un’ottica fissa. 

Non che lo zoom voglia dire pluralità, apertura, progressismo, mentre una lente fissa sia sinonimo di chiusura, monotonia: è solo un modo diverso di spostarsi nello spazio, di ricercare il frame giusto e la giusta distanza dalle cose.

Allora per mettersi alla prova, cambiare prospettiva e orizzonti, si decide di scalare il grappa di notte. Con il passare dell’età anche lo spirito più agonista si affievolisce e così, a differenza degli anni scorsi dove mi ritrovavo solo, riesco a coinvolgere tre amici con i quali avventurarsi lungo la salita del monte sacro.

La mano sinistra che va in cerca della ghiera dello zoom si trova spaesata e sola, quasi inutile in questa nuova ottica. Il cervello ci mette qualche frazione di secondo a capire il cambiamento comandando alle gambe di fare quei passi in più che prima si traducevano in un giro di ghiera.

Andiamo sul Grappa, andiamo a fare il Grappa, n’demo sul Grappa, femo el grappa.

Tanti modi per dirlo, come tante sono le salite che arrivano al monumento ai caduti della grande guerra. Si decide di affrontarlo per la classicissima Cadorna con i suoi venticinque chilometri per più di 1500 metri di dislivello. E’ come fare lo Stelvio da Bormio e poco meno che da Prato. Non è la più impegnativa, ma per un ciclista collinare rimane sempre una bella soddisfazione scalarla.

Sono il più scarso del gruppo e ovviamente il più carico, visto che per l’occasione ho montato la borsa da manubrio con dentro la macchina fotografica con l’obiettivo nuovo per cercare di riprendere l’impresa.

Avrò un angolo di visuale fisso

Mi distanziano subito e di certo non mi danno l’animo per stargli a ruota. La salita sarà lunghissima e non voglio rinunciare alle soste per una buona foto.

Ho sbagliato però.

Il sole tramonta nell’altro versante: qui sono in ombra.

La foschia serale mista a smog della pianura oberata non offrono colori degni di impressionare il sensore e così pedalo in su a ritmo lento e costante.

L’oscurità arriva veloce, alzo lo sguardo e fortunatamente il cielo si apre quel tanto per catturare nuvole illuminate dal sole cadente.

Buio pesto, luna piccola che illumina.

Traffico intenso per una strada che sale e che non porta ad altri paesi, ma scopro che l’offerta ristoratrice è ampia e variegata e a quanto pare molto gettonata.

Buio e solitudine.

La mente corre veloce ai versanti dello Stelvio di due anni fa, durante la mia resa.

Allora buio pesto, torrente assordante e un amico che mi incoraggiava a continuare.

Mi passa per la mente un “chi te lo fa fare”, qualche timore sulla riuscita, sul senso. Mi fermo accendo la luce posteriore, la frontale, la musica e riparto con il sorriso.

Non mi fermerà nessuno. Questa salita notturna la porterò a termine senza se e senza ma.

Mi godo la pedalata senza alcun riferimento, non so la quota, non so i chilometri, conosco solo i pochi metri illuminati dalle mie luci con un’unica prospettiva: arrivare in cima.