Polvere, zanzare e allegria

Le ultime mie gravellate risalgono alla notte dei tempi. Non ricordo più l’ultima uscita con le ruote grassocce, dove oltre al sottoscritto, fossero presenti altri ciclisti. Aggiungiamo che l’anno bisesto continua a manifestarsi nelle forme più strane, e proprio una richiesta di partecipare ad una pedalata gravel, per di più in notturna, dal ciclista più stradaiol ortodosso delle tre Venezie, ha fatto si che mi rimettessi tutto in pendant con il ghiaino, più per il gusto di vederlo fuori dal suo contesto che per la voglia di pedalare lungo argini.

Fatto sta che di biciclette non se ne trovano più, e manco di copertoni, tanto più dei semplici 33″ che soli 4 anni fa erano considerati già oversize, ma ora, come la moda impone, sono relegati solo allo standard ciclocrossistico e perciò introvabili. Mi rassegno e monto i miei vecchi Kenda con i quali ho girato e tracciato su e giù per il Veneto. Li monto e mi rendo conto dei rischi che correrò.

Saranno 100 chilometri, organizzati dal gruppo “La bassa gravel“. Distanza abbordabile di questi tempi, con partenza in serata da Cerea nella bassa veronese, per poi dirigersi verso il grande fiume, sconfinare nel mantovano e risalire controcorrente.

Mi trovo arrugginito nella preparazione ma cento chilometri si percorrono senza tanti orpelli. E’ comunque un buon motivo per provare la TankBag di KickingDonkey e vedere se finalmente ho trovato una borsa porta oggetti che non mi grattugia le ginocchia. Si perchè non sopporto gli sfregamenti e nonostante non sia nato in bici, un certo stile di pedalata deve essere rispettato. Ginocchia strette, tallone che scende ma non troppo, spalle rilassate che non ondeggiano, mani appoggiate, schiena dritta…

Partiamo con il gruppo dei “forti” e l’andatura è più stradaiola che da gravel post lavoro. Non mi lamento e mi adeguo. Ogni tre per due lancio un’occhiata ai miei Kenda e ad ogni avvallamento, sasso, buca, cerco di capire il loro comportamento da copertoni ormai in pensione. Si pedala costanti, allegri, prima su asfalto, poi sterrato battuto polveroso, con sassi disordinati, che mietono vittime. Poi single track a caccia di nutrie lungo il vecchio tratto della Treviso Ostiglia non ancora rivalutato, e di nuovo sterrato scompigliato. L’andatura è degna di nota e i tratti più dissestati mettono a dura prova le capacità di guida e la fede cristiana. Non ci saranno salite, ma come in una classicissima del nord, i rilanci e i tratti più sconnessi, fanno più male di uno strappo al 15%.

La selezione avviene dal fondo…

Non ho molto tempo per fotografare, e mi avventuro in mosse acrobatiche per scattare qualche foto mentre pedalo sullo sterrato a velocità sostenuta. E’ già un successo non cadere. Metto lo scatto a raffica con la speranza che qualche shot riesca, spengo tutto, apro la zip della maglia, infilo la macchina e via a recuperare la coda del gruppetto.

Certo potrei staccarmi e proseguire con il mio passo da ciclista amatorial fotografo, ma non stasera. Stasera si sta li a respirare la polvere alzata dagli altri, a imprecare per una buca non segnalata, a cercar di veder più avanti per anticipare le sconnessioni del terreno, e a far girare un pò ste gambe!

Sbroom, sbroom, sbroom…..BANG!

Copertone anteriore stallonato e camera d’aria esplosa in una deflagrazione pirotecnica. Mi fermo, volgo lo sguardo a destra e c’è un capitello votivo. Mi trattengo, sarà un segnale divino. Cambio a ritmo ferrari, con nuvole di zanzare che mi crivellano implacabili.

Ma aspetta, io lo conosco questo posto. E’ l’ostello dei Concari!

E’ uno degli ostelli più amati dai ciclisti che sorge a ridosso della Conca del Bertazzolo sulle sponde del Mincio, poco prima che si getti nel Pò. Intuisco che il ristoro di metà percorso sia proprio all’ostello e così è. Abbondanti piatti di ottimo riso alla pilota ci riempiono di carboidrati per affrontare i cinquanta che restano. L’ostello l’ho conosciuto partecipando alla MAMOREMA, e mentre lo penso, si manifesta proprio lui: Giona, l’organizzatore della gravel mantovana. Ci salutiamo, ognuno stupito di vedersi li.

Si riparte con la giusta andatura postprandiale, finché la mia ruota posteriore inizia a comportarsi come se fossi su una mtb-full. Molleggio e i segnali sono inequivocabili. Seconda foratura! Mi fermo con i miei due compagni d’avventura. L’organizzatore mi presta una camera e lo congediamo dall’attesa della sostituzione. Rimontiamo e ovviamente ora la pausa postprandiale è terminata in favore di un rientro in gruppo a mo di tappa decisiva di un grande giro, ma senza ammiraglie. Ettore davanti, Mazz dietro e io a chiudere con la traccia GPS sul Garmin. Sembro il comandante sulla tolda della nave: SINISTRA! VAI DRITTOOO…DESTRA DESTRAAAA…ma se non mi sbrigo rimando al vento e non rientro più! (mi concederete il sinistra al posto del manca e il destra al posto del dritta..)

Luci rosse nella notte buia indicano la coda del gruppo. Secondo rientro avvenuto.

Spersi nella bassa campagna veronese, il gruppo tace e prosegue costante su larghe strade di campagna dove non ci si può distrarre, pena foratura o caduta: scegliete voi quale.

Ormai mancano circa quindici chilometri alla conclusione e mi sembra di ricordare il sano piacere di soffrire oltre una certa distanza, cosicché metto le mani basse e pedalo centellinando una costante potenza sui pedali. Sfilo sulla sinistra il gruppo e prendo qualche decina di metri di vantaggio. Per un pò solo, al buio.

Mi riprendono. Davanti c’è Ettore e temo la sua azione. Ci conosciamo da troppo tempo per non sapere che accelererà cercando di staccarmi. Mi accodo, tengo le ruote con l’andatura che aumenta sempre più. Spingo in questo sterrato antipatico ai miei 33″ con le energie che mi rimangono, finché cedo pian piano aspettando un gruppetto alla mia altezza.

Cerea: finish.

Impolveratissimo, contento di questa nuova avventura, ci salutiamo, ci spolveriamo, ci cambiamo e torniamo a casa non prima di fermarci al “baracchin onto” per una piada e una coca!

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