Il temporale

Sabato mi ero promesso di uscire in bici per provarmi, vedere se quella cosa che ho in testa ha senso perseguirla o se fosse il caso di rimandarla.

All’inizio era mattina presto, esco presto, pedalo per quattro ore e per metà mattina sono già di ritorno. L’urgenza di nuove scarpe per le bimbe, ha posticipato il giro a cavallo del pranzo, infine slittato a metà pomeriggio. Poco male, mangio un toast in velocità, mi cambio ed esco direzione salita xxx. Su e giù questo era il test. Su, mi giro e giù, rotonda e su nuovamente. E’ sempre doveroso ricordare che il mio andare in bici è sempre a livello di aspirante pippa.

E’ una salita dei Colli Euganei che non ho mai digerito granchè, perchè dopo un tratto iniziale da pedalare col padellone anteriore, c’è uno strappetto che si alza sempre di più fino ad arrivare al 16% di pendenza. Poche decine di metri, ma tanto che bastano per renderla antipatica.

Vabbè parto. Da casa ho pochi chilometri fino all’attacco e li uso per scaldarmi, anche se la temperatura esterna sarebbe più che sufficiente. Il meteo è in movimento e una pesante cappa di afa si attacca alle spalle rendendo la pedalata ancor più affannosa. Il toast non aiuta, ma dopo poco più di un’ora totalizzo tre su e giù. Alzo lo sguardo e nuvoloni minacciosi si stanno avvicinando, abbasso lo sguardo al computerino e l’ora è già tarda. Uno più uno; giro la bici e mi dirigo verso casa prima di prendermi una bella lavata.

Pedalando verso casa mi volto per capire se riuscirò ad arrivare asciutto e il verdetto è incerto.

Poi all’improvviso, non so per quale strano motivo mi urlo in testa: ma chissenefrega!

Sinistra verso casa, destra verso una probabile lavata.

Svolto a destra, il vento diventa frontale, iniziano ad arrivare le prime gocce, ma non mi bastano, ne voglio di più, voglio che le gocce mi lavino, mi rinfreschino, voglio sentirmi dentro quel temporale.    

Il vento rinforza e ora ce l’ho alle spalle. E’ talmente forte che quasi avanzo senza pedalare. Porto le mani nella parte bassa della piega, metto il rapporto più lungo che ho e pedalo lentamente, aspettando lo scroscio.

Mi sento come un surfer abbracciato alla sua tavola mentre inizia a remare perché l’onda giusta è arrivata. Si alza e inizia a surfare, entra nel tube e avanza con gli schizzi che lo circondano. Sono basso, la testa di tre quarti per cercare di vederci ancora attraverso gli occhiali ormai ridotti come un parabrezza con i tergicristalli rotti. Le gocce passano nelle feritoie del casco e le sento battermi sulla schiena, sono grosse, fresche. Sorrido, riavvolgo qualche anno della mia vita ricordandomi dei temporali estivi che ci sorprendevano durante le partitelle di calcio tra amici. Bastano poche gocce e ci si sente più selvaggi, più dentro, si ritorna ad un rapporto diretto con la natura.                  

Tornato a casa le mie bimbe mi guardano, sorridono e io le racconto quanto bello sia pedalare d’estate sotto un temporale!

Verso sera vengo a sapere che il temporale ha fatto danni un pò più a nord.

Per quegli strani incroci che ogni tanto mi capitano, ho appena iniziato a leggere Walden: vita nel bosco di Henry David Thoreau dal quale riporto una frase presa dall’introduzione di Wu Ming 2.

“Dosi abbondanti di selvatico rieducano l’individuo a sentire la vita, che è un brulicare del cuore e dello stomaco.”

Già il fatto che io abbia scritto “ha fatto danni” è segno dell’errata narrazione che si continua ad avere. Finchè non capiremo che la natura è sempre natura, che Lei è sempre dalla parte del giusto, che il relativo è sempre per demeriti nostri, difficilmente miglioreremo, per primi noi stessi.

Andare in bici per me è anche questo, sentirsi natura, sedersi dalla sua parte.